LA MUSICA INCLUSIVA

LA MUSICA MANOUCHE ESEMPIO DI CULTURA INCLUSIVA

Il termine Manouche è l’autonimo con cui si definiscono le popolazioni romanì presenti nel nord Europa (Francia, Belgio ,Germania), ha iniziato a definire un vero e proprio genere musicale da quando negli anni ’30 un manouche di nome Django Reinhardt, con il suo Le Quintette du Hot Club de France, mescolando le tradizioni musicali della sua gente con i primi echi della musica afroamericana diede vita a quello che è considerato il primo jazz europeo. Una musica caratterizzata dal virtuosismo delle improvvisazioni degli strumenti solisti, in origine chitarra e violino, e da una solida sezione ritmica (la pompe) di due chitarre e contrabbasso. La musica manouche , detta anche Gipsy Jazz, è ancora oggi legata indissolubilmente  alla figura di Django e il suo nome è venerato nei club e nei festival jazz di tutto il mondo.

DJANGO REINHARDT

Manouche (alla lettera uomo). Completamente analfabeta. Incapace di leggere uno spartito musicale, ma in grado di diventare fra i più grandi musicisti Jazz di tutti i tempi. E’ la storia di Django, all’anagrafe Jean Baptiste Reinhardt, nato in un carrozzone in Belgio nel 1910 e morto a soli quarantatre anni, dopo aver lasciato, al mondo, melodie e virtuosismi indimenticabili.

Quando aveva solo diciotto anni Reinhardt, che aveva già iniziato una carriera da apprezzato banjoista, subì un grave incidente. La roulotte di famiglia fu divorata da un incendio; Django riportò gravi ustioni, tanto da perdere l’uso della gamba destra e di parte della mano sinistra (l’anulare e il mignolo, distrutti dal fuoco, furono saldati insieme dalla cicatrizzazione)

Questo incidente era destinato a cambiare la sua vita e la storia stessa della chitarra jazz. Infatti, a causa della menomazione alla mano sinistra, Reinhardt dovette abbandonare il banjo e cominciò a suonare una chitarra che gli era stata regalata. Nonostante le dita atrofizzate, o forse proprio grazie a queste, sviluppò una tecnica chitarristica rivoluzionaria, cercò e trovò scale e arpeggi che correvano in verticale, anziché orizzontalmente. Il pollice a contrasto, mentre l’indice e il medio danzavano sulla tastiera a velocità doppia, per dar vita al lirismo della sua produzione.

La cultura musicale dalla sua gente e la sua storia personale, l’intuizione di un nuovo approccio al jazz capace di capovolgere la concezione universale che, al tempo, vedeva questo genere musicale nascere unicamente dagli strumenti a fiato come il sassofono o la tromba, e l’influenza del walzer musette rese possibile una perfetta fusione del linguaggio romanò con quello dello swing e portò Django ad essere uno dei pochi jazzman europei ad aver influenzato la musica nera americana.

Reinhardt è stato un compositore fertilissimo e rallentò sensibilmente la sua attività solo durante i suoi ultimi anni, forse anche per le cattive condizioni di salute; la sua decisione di non consultare medici, per paura delle iniezioni, gli costò probabilmente la vita. (Fonte: Wikipedia)

 Nacque e morì povero. Nessun valore per l’ingente  denaro guadagnato durante la carriera. Nessuna contaminazione dagli stili di vita dei gagè (non appartenenti alle popolazioni romanì). Fu sempre, con orgoglio, un manouche e, forse, la magia della musica che ci ha lasciato sta proprio in questo.

LA CULTURA ROMANI’ E L’INCLUSIONE INVISIBILE

“A forza di essere vento”

Detto tutti ciò sulla figura di Django non si vuole cadere nella trappola della mistificazione di una “diversa abilità”; non è nella menomazione e nella conseguente disabilità di Django che si realizza il carattere inclusivo della musica manouche!

Questo articolo vuole invece porre l’accento sull’influenza imprescindibile della cultura delle popolazioni romanì, gruppo etnico rappresentato nella comunicazione mainstream come l’alterità assoluta, oggetto di discriminazioni e di un nuovo invisibile genocidio, nel panorama della cultura musicale europea.

Ciò che accade in Italia e in molti paesi europei è paradossale e contraddittorio: si consumano grosse quantità di musiche che si ispirano (vedi Bregovic) o addirittura plagiano la tradizione musicale romanì , nello stesso tempo ci si  relaziona a tali popolazioni con atteggiamenti di ghettizazione sociopolitica e si confezionano politiche di stampo poliziesco e razzista.

Parlare della musica romanì o suonarla , significa parlare della cultura di questo popolo e della sua evoluzione nel tempo e nello spazio, in un processo continuo e rispettoso di interazione dei suoi caratteri distintivi con le popolazioni che i romanes hanno incontrato nel loro lungo peregrinare. Di fronte alle continue persecuzioni subite da parte di società etnocentriche è la cultura romanì che in sostanza si dimostra inclusiva!

Parlare della musica romanì significa mostrare il carattere esemplare di un popolo, riconosciuto come Nazione senza Stato e senza confini, che non ha mai scelto la guerra  come metodo di risoluzione dei conflitti e che tramite la musica ha saputo custodire una propria identità e una creatività sincera.

CARLO MONTANARI – chitarra ritmica manouche degli Honolulu Swing

HONOLULU SWING

Gli Honolulu Swing nascono dall’incontro tra musicisti accomunati dalla passione per la musica Manouche. Dal Le Quintette du Hot Club de France riprendono la formazione tipica del quintetto, utilizzando chitarre di liuteria  modello Selmer-Maccaferri (le stesse utilizzate da Django e il suo gruppo) e inserendo il saxofono soprano al posto del più classico violino, contaminando quindi il genere musicale tradizionale con delle sonorità più moderne. Il gruppo propone una serie di brani classici appartenenti al repertorio di Django e dei più famosi chitarristi manouche oltre ad alcune composizioni originali contenute nel primo CD autoprodotto HONOLULU SWING uscito a Maggio 2012.

Per contatti :

www.facebook.com/honoluluswing

www.honoluluswing.com  (sito in costruzione)

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