I cervelli in tournée

Il cervello accessibile e i 23 manifesti inclusivi realizzati dagli altrettanto accessibili cervelli degli studenti/studentesse della scuola internazionale di comics di Reggio Emilia, sono in tournée, ambasciatori di inclusione e di affermazione di diritti esigibili, pronti a stimolare nuovi cervelli e a trasformare il pensiero in azioni concrete.

In questa sezione troverete il loro viaggio, articoli e commenti di chi, incuriosito dalle immagini e dai messaggi, si è avvicinato al progetto e ne ha condiviso il valore e la forza. Ma non solo: un vero cervello accessibile è in grado di calare il pensiero inclusivo in tutti i contesti, poiché pensare in maniera inclusiva e agire di conseguenza significa aprirsi alla realtà circostante e alla bellezza della sua diversità. Vi presentiamo di seguito il lavoro di Elisa, cervello accessibile della II° classe del corso di grafica della Scuola che, stimolata dal percorso del progetto, ha proposto, in occasione della mostra di Mario Pavesi INTERIORI EQUILIBRI, di rendere accessibile l’evento anche alle persone non vedenti, trovando  entusiasmo negli organizzatori e nell’artista. Proponiamo di seguito un suo articolo in cui racconta i suoi timori, le sue sensazioni il suo stupore nel comprendere che, attraverso la conoscenza e la messa in gioco, mondi talvolta distanti e apparentemente irraggiungibili, in realtà non sono poi così lontani. Grazie Elisa.

“Non avrei mai pensato di vivere un esperienza del genere, ossia guardare attraverso gli occhi di una persona non vedente. Qualcuno si chiederà “Come può essere? Una persona non vedente non ha la vista!”, osservazione lecita.
A questo punto mi sento di raccontare la mia esperienza, incontri e persone che mi hanno dato la possibilità di riflettere su diversi aspetti della vita.
In occasione della mostra di Mario Pavesi “Interiori Equilibri”, tenutasi ai Chiostri di San Domenico l’aprile scorso, è stata organizzata una visita guidata per persone non vedenti ed ipovedenti.
L’idea è nata grazie agli incontri organizzati dalla scuola che frequento (Scuola Internazionale di Comics) con il Criba (Centro Regionale di Informazione sul Benessere Ambientale), durante i quali ho avuto la possibilità di aprire gli occhi sulle tante difficoltà, ma anche sulle diverse modalità di adattamento che possono sviluppare le persone con disabilità a livello visivo.
Una volta proposta l’iniziativa lo staff si è attivato per prendere contatti con la sezione UIC di Reggio Emilia, il mio compagno, i collaboratori si sono impegnati per rendere possibile l’iniziativa.
Può essere considerato paradossale organizzare una visita dedicata a non vedenti all’interno di una mostra; eppure non è un’idea così folle, ci siamo detti, per di più Mario non aveva assolutamente nessun problema nel far “toccare” le proprie opere, anzi lo permette ogni volta (senza esporre duplicati), perché lui vuole condividere le sue capacità, non mira a tenere per sè la propria arte.
Io mi considero fortunata, ci vedo bene (riesco a correggere i miei difetti alla vista con gli occhiali), posso guidare, decidere una meta e raggiungerla senza l’aiuto di nessuno, posso vedere le espressioni delle persone, dei miei animali quando passiamo del tempo insieme. Eppure mi sono accorta che spesso quella che “ci vede male” sono proprio io.
Vorrei spiegare brevemente il mio punto di vista, raccontando un episodio vissuto durante la visita guidata alla mostra.
Quel pomeriggio si è presentato un gruppetto di persone, due accompagnatori ed un cane; pensavo, speravo in un’adesione maggiore, ma come mi hanno spiegato le ragazze del Criba spesso le persone con disabilità tendono a chiudersi; dal mio punto di vista non sono create attorno a loro le condizioni giuste per sentirsi a proprio agio nel mondo che le circonda. Dovremmo riflettere bene su questo ragionamento perché, se abbiamo il coraggio di ammetterlo, nessuno di noi si sente bene, libero, nella società odierna.
Tutti noi eravamo incuriositi dall’esperienza, tutto lo staff, lo stesso Mario era entusiasta, probabilmente intimorito ed intimidito dalle circostanze.
Si sa, qualunque persona con un po’ d’animo ed umiltà avrebbe paura di porsi nel modo sbagliato in una situazione del genere.
Iniziamo il tour dalla prima scultura, “Mina antiuomo”, una figura giovane a terra, ripiegata su se stessa, una rappresentazione molto forte che denuncia una tematica altrettanto violenta: l’amoralità che sta in quelle persone che studiano e lavorano per far sì che le mine appaiano sempre di più come un gioco, di modo che i bambini ne vengano attratti con più facilità (come finisce già lo sappiamo).
Il gruppetto si avvicina alla scultura in resina, la toccano, la studiano, poi Mario inizia con una piccola spiegazione; ad un certo punto l’affermazione:
“è una persona giovane, ha i tratti del viso che mi ricordano un’ espressione sofferente.. Manca una gamba! Manca il tratto dal ginocchio in giù”.
Sono rimasta allibita. Io in più di un mese, guardata, girata, vista da ogni lato, non me n’ero mai accorta. Eppure credevo di averla osservata attentamente; tutti, e dico tutti, non potevamo che rimanere attoniti di fronte ad un’affermazione simile, credo che l’emozione che ha pervaso me sia stata universale.
Proseguiamo per la mostra, e ad ogni scultura Mario si ferma e spiega, ed ogni volta io riesco a scoprire un particolare che non ero mai stata in grado di vedere. Eccezionale! Che bella opportunità che sto avendo! mi sono detta.
Ho visto la bellezza e la spontaneità con la quale queste persone si sono mosse all’interno dell’ambiente, come si sono poste nei confronti di una situazione nuova che poteva metterli indubbiamente a disagio.
Ci avviamo verso la conclusione della visita ed arriviamo a “Estasi”, rappresentata da una donna con la schiena inarcata, il capo lasciato cadere all’indietro, nel momento del piacere; durante la spiegazione Mario descrive l’arto superiore della figura, che si presenta interrotto dall’avambraccio al polso. Una persona nel gruppo prende sicuro la mano all’amica e le dice:
“No no, devi sentire qua. Guarda! C’è la spalla poi il braccio s’interrompe e qui in proiezione c’è la mano”
“Eh sì, sì, ho capito. Manca un pezzo del braccio, ma è come se continuasse il senso della figura”.
Mario, con un espressione indescrivibile: “è una cosa incredibile, commovente, è una cosa meravigliosa”.
Poi una delle persone spiega :”Noi, vede, fin da piccolissimi siamo stati abituati in istituto e a lavorare con la creta, e a creare e a notare i dettagli delle cose; tant’è che a casa ci venivano comprati oggetti, animaletti che avessero una forma tale da poter essere individuata per far sì che ci arrivasse lo stesso messaggio di chi vede”.
Ecco. Eccolo il concetto fondamentale che, a mio avviso, sta alla base dell’inclusione.
Spiegato da una persona con difficoltà visive assume un sapore diverso, sinceramente mi fa sentire un’idiota, potendo usare il termine.
Far arrivare lo stesso messaggio a persone con abilità differenti. Mettere le persone portatrici di disabilità in condizione di capire chiaramente e nel modo più semplice possibile.
Chi non si è mai trovato nella situazione di ricevere informazioni poco chiare? Tutti abbiamo avuto la necessità di essere aiutati per una cosa o per un’altra, solo che se poi riusciamo a muoverci con facilità il lavoro si dimezza, il tempo e le forze impiegate si dimezzano; la frustrazione si dimezza. Non succede per tutti, c’è sempre una persona che ha più difficoltà rispetto a te”.

Elisa Baratti
24 maggio 2012

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